Le maschere della tradizione regionale: LOMBARDIA

Le maschere forse sono esistite da sempre. Le portavano gli uomini delle caverne quando si dedicavano ai loro strani riti magici. Ci sono due tipi di maschere: quelle facciali che nascondono il volto e quelle a elmo, che nascondono completamente la testa. C’è stato un momento in cui la maschera la portavano tutti. La maschera nel 1800 la si usava nei balli e nei festeggiamenti di carnevale. Cinquecento anni fa gli attori della commedia dell’ arte crearono le maschere personaggio, dal servo sciocco e dall’ intrigante nacquero maschere come Arlecchino e Brighella. In teatro mantennero a lungo questa caratteristica, finché il declino della Commedia dell’Arte li allontanò pian piano dai palcoscenici per limitare la loro presenza nei teatri dei burattini e nelle sfilate di carnevale.

LOMBARDIA

ARLECCHINO

E’ la maschera più nota della Commedia dell’Arte. Di probabile origine francese (Herlequin o Hallequin era il personaggio del demone nella tradizione delle favole francesi medievali), nel Cinque-Seicento divenne maschera dei Comici dell’Arte, con il ruolo del “secondo Zani” (in bergamasco è il diminutivo di Giovanni) il servo furbo e sciocco, ladro, bugiardo e imbroglione, in perenne conflitto col padrone e costantemente preoccupato di racimolare il denaro per placare il suo insaziabile appetito.

Fra le maschere italiane é certamente la più conosciuta e popolare, ma anche una delle più antiche, perché le sue origini si possono rintracciare nella figura del “diavolo burlone” delle favole medioevali e in seguito nel “buffone” delle compagnie di comici girovaghi alle corti principesche o fra i saltimbanchi e gli acrobati nelle fiere e nei mercati dei sobborghi, sempre affollati di gente in cerca di divertimento.

Nativo di Bergamo bassa, parla nel dialetto di quella terra, ma poi lo muterà in quello veneto, più dolce ed aggraziato. Il suo vestito era dapprima tutto bianco, come quello di Pulcinella, suo degno compare. Col tempo a furia di rattoppi con pezzi di stoffa di ogni genere, é diventato quello che oggi tutti conosciamo; un variopinto abito composto da un corto giubbetto e da un paio di pantaloni attillati, entrambi a losanghe e triangoli di tutti i colori.

Arlecchino rappresenta la cultura veneziana così come Pulcinella rappresenta quella campana. E’ il fortunato emblema della comicità ed è un servo-facchino scaltro che cerca di spillare quattrini a padroni avari e stupidi.

Arlecchino ha un carattere stravagante e scapestrato. Ne combina di tutte, inventa imbrogli e burle a spese dei padroni avidi e taccagni dei quali é a servizio, ma non gliene va bene una. Intendiamoci Arlecchino non é uno stupido; magari è un ingenuo, talvolta forse un po’ sciocco, ma ricco di fantasia e immaginazione. In quanto a lavorare nemmeno a parlarne; fra Arlecchino ed il lavoro c’é una profonda incompatibilità. Però fa lavorare la lingua, e molto. Ha una notevole ricchezza espressiva, è afflitto da una fame cronica ed è amorale.

I suoi lazzi, le sue battute, le sue ingenue spiritosaggini, fanno ridere a crepapelle tutti quanti. Quando poi non sa come cavarsi da un impaccio o a liberarsi da un guaio, Arlecchino diventa un abile maestro nel far funzionare le gambe; capriole, piroette e salti acrobatici. Vivace, scanzonato, pieno di brio e di trovate, Arlecchino è la più simpatica fra tutte le maschere italiane. Ancora oggi, dai palcoscenici dei teatri o nel mezzo di una festa di Carnevale, incanta e diverte il pubblico dei bambini e dei non più bambini. E’ una maschera ancora viva e vitale grazie anche alle moderne rappresentazioni del Goldoniano “Arlecchino, servitore di due padroni”.

I più grandi interpreti che vestirono l’abito multicolore furono Tristano Martinelli (m. 1630), Domenico Biancolelli (1646-1688), Angelo Costantini (1654-1729), Evaristo Gherardi (1663-1700) e ai nostri giorni gli indimenticabili Marcello Moretti (1910-1962) e Ferruccio Soleri.

BELTRAME

Beltrame è una maschera milanese nata nel Cinquecento.

Al nome accompagna spesso il soprannome “de Gaggian”, da Gaggiano, una borgata della bassa milanese di cui è originario, o anche “de la Gippa”, per via dell’ampia casacca che era solito indossare.

Rappresenta il tipo del contadino stolto e arruffone, capace solo di commettere grandi spropositi, volendosi mostrare più signore di quanto sia. Nel corso del Seicento Beltrame impersonava tutte le parti di marito e veniva caratterizzato come un “compare furbo e astuto”.

Secondo la tradizione il personaggio deve la sua nascita al comico Nicolò Barbieri (Vercelli, 1576), illustre attore che fece parte delle Compagnie dei Gelosi e dei Confidenti.

MENEGHINO

Meneghino è la tipica maschera milanese, divenuto il simbolo della città e dei suoi abitanti.

Meneghino è una maschera lombarda che nasce nel Seicento dalla fantasia del commediografo Carlo Maria Maggi.

Incarna il “tipo milanese”, per sua natura schietto e onesto, lavoratore sensibile e generoso, “con el coeur in man”, ovvero con il cuore in mano, appellativo che è rimasto tutt’ora a indicare il tipico cittadino di Milano.

Impersona un servitore rozzo ma di buon senso che, desideroso di mantenere la sua libertà, non fugge quando deve schierarsi al fianco del suo popolo. E’ abile nel deridere i difetti degli aristocratici. ” Domenighin” era il soprannome del servo, che la domenica accompagnava le nobildonne milanesi a messa o a passeggio.

Durante l’insurrezione delle Cinque Giornate di Milano nel 1848 fu scelto dai milanesi per le sue virtù come simbolo di eroismo. Meneghino é la tipica maschera dei milanesi e come loro è generoso, sbrigativo e non sa mai stare senza far nulla. Non é a caso che i milanesi vengano spesso chiamati i “meneghini”.

Ama la buona tavola e davanti ad una fetta di panettone possono anche salirgli le lacrime agli occhi, non solo perché ne é molto goloso, ma perchè gli ricorda la sua Milano e il ” so Domm” di cui non smette mai di vantarsi. Vestito di una lunga giacca marrone, calzoni corti e calze a righe rosse e bianche, cappello a forma di tricorno sopra una parrucca con un codino stretto da un nastro, ancora oggi, assieme alla moglie Checca, trionfa nei carnevali milanesi.

Meneghin è una maschera antica, che era già presente nelle manifestazioni folcloristiche e sceniche, ma spetta all’opera di Carlo Maria Maggi, drammaturgo commediografo dialettale milanese, il vanto di avergli garantito la fortuna sulle scene popolari e nel teatro di burattini, e di averlo reso un personaggio caratteristico con le sue opere, varie commedie burlesche come ad esempio “I consigli di Meneghino”. Nella società milanese in trasformazione, dove l’aristocrazia tronfia e vuota è ormai in decadenza, il popolano Meneghino emerge come un autentico eroe, non tanto per la sua capacità di ingannare e di beffare, come voleva la tradizione comica precedente, ma per la sua equilibrata misura di moralità e di giudizio, con la lingua della sincerità e della schiettezza.

BRIGHELLA

Brighella è il degno compare di Arlecchino. Entrambi sono i servi della commedia dell’arte e a lui spetta il ruolo di beffatore astuto; entrambi sono nati a Bergamo. Brighella però ci tiene a precisare che lui é di Bergamo alta, mentre Arlecchino è di Bergamo bassa. Il suo costume tradizionale si compone di una livrea bianca, completata da giubba e braghe a strisce verdi. Il suo nome deriva da “briga” e infatti impersona il servo tuttofare intrigante

E’ una maschera molto antica e il suo nome appare per la prima volta in un testamento burlesco nel 1603. Brighella rappresenta un villano delle valli bergamasche e appare addirittura sulle scene francesi intorno alla metà del 1600. Brighella non fa solo il servo come Arlecchino, ma un’infinità di altri mestieri, più o meno leciti ed onesti. Così si ritrova sempre in mezzo agli intrighi. La prontezza e l’agilità che Arlecchino ha nelle gambe, lui ce l’ha nella mente, per escogitare inganni e preparare trappole in cui far cadere il prossimo. E tutto questo non solo per spillar quattrini a chi ne ha o per rimediare un pranzo succulento, ma per il gusto stesso di imbrogliare gli altri. E’ intrigante, nato furbo e senza scrupoli. In quanto a bugie, Brighella ne ha sempre in serbo una più del diavolo; e poi dette con quella sicurezza e quella convinzione che gli derivano da una lunga esperienza di inventa frottole, le bugie gli escono dalla bocca con estrema naturalezza. E’ molto abile nel cantare, suonare e ballare.

CARLISEPP

Carlisepp è il personaggio di primaria importanza delle valli del comasco, in Lombardia, e in particolare del Carnevale di Schignano, un piccolo centro con poco più di novecento abitanti, che sorge a 600 metri di altitudine. Vi si svolge un particolare e antico Carnevale che è divenuto famoso soprattutto per le caratteristiche e rarissime maschere, intagliate di radica di noce, tutt’ora presenti e prodotte in pochissimi esemplari, da abili scultori locali, che sono conservate e vengono tramandate di famiglia in famiglia. Carlisepp conclude i festeggiamenti del Carnevale di Schignano arso vivo nella piazza del paese.

CECCO

Cecco è la tipica maschera milanese. L’appellativo di Cecco deriva dal diminutivo di Francesco e rappresenta il contadino lombardo costretto a vivere in città in funzione di servitore. E’ l’inseparabile compagno di Meneghino, altra maschera tipica milanese, in testa alle sfilate di carri allegorici del Carnevale più lungo d’Italia, che invece finisce il primo sabato di Quaresima, anziché il Martedì Grasso, come di consueto.

GIOPPINO

Maschera di origine bergamasca nasce come burattino nei primi anni dell’Ottocento. Gioppino rappresenta la tipologia del contadino bergamasco, gran bevitore di vino e amante della polenta. Sembra in apparenza ottuso, eppure è dotato di un nascosto buon senso e di una imprevedibile scaltrezza. Viene rappresentato con una maschera dal volto tondo e con tre enormi gozzi, che sono retaggio delle infelici abitudini alimentari delle valli bergamasche e non solo. La sua immagine compare nelle illustrazioni popolari pre-ottocentesche. Gioppino è una maschera tipica del Carnevale di Bergamo, in Lombardia, ma la sua origine era quella di un burattino, la cui creazione viene tradizionalmente attribuita a un tale Battaglia o Battai, e che lo ha reso popolare attorno al 1820.

Gran mangiatore e bevitore, Gioppino è un contadino pieno di buon senso e di senso pratico, capace di superare con successo molte situazioni avverse secondo il detto “contadino: scarpe grosse, cervello fino”.

Il suo costume è di foggia settecentesca, caratterizzato da una giubba rossa di panno grezzo coi risvolti verdi, da un camicione bianco, un cappello nero e un bastone, col quale spesso riduceva alla ragione chi lo contraddiceva.

PIN GIROMETTA

La tipica maschera bosina, ovvero di Varese, in Lombardia, è Pin Girometta, che è stata creato dalla fantasia del Professor Giuseppe Talamoni, a ricordo di una macchietta locale.

POVERO PIERO

Piero, anzi il “Povero Piero” è una maschera tipica del Carnevale lombardo di Trezzo sull’Adda, una bella cittadina con un borgo medievale nella provincia di Milano. Il “Povero Piero” prende parte attiva nelle sfilate carnevalesche prima di essere messo al rogo sul fiume Adda.

CONTINUA……….

1 comment to Le maschere della tradizione regionale: LOMBARDIA

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